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Nella città della nebbia

 

Somethin' stupid

Un piccolo tuffo al cuore, un istante di dolore appena percepito, lancinante e breve, proprio in mezzo al petto, nel leggere imponenti parole scolpite nella pietra su un muro rosa sbiadito.
Quello è per sempre. Questo è qualcosa di sospeso in uno spazio inesistente e dolce ai confini dell'ebrezza, tanto è impalpabile e improbabile. Mi gira leggermente la testa, mentre mi abbandono ridendo, forse annebbiata dal vino, accanto a te su un divano verde scuro.
La gonna ampia si libra nell'aria, getto indietro la testa in un gesto quasi cinematografico, come la scena che stiamo interpretando.

scritto dalla vale*
quando? giovedì 31 gennaio 2008
alle 13:24
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Lolita

LOLITA, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia.
Lo-li-ta: la punta della lingua compie un percorso di tre passi sul palato per battere, al terzo, contro i denti. Lo. Li. Ta.

Era Lo, semplicemente Lo al mattino, ritta nel suo metro e quarantasette con un calzino solo. Era Lola in pantaloni. Era Dolly a scuola. Era Dolores sulla linea tratteggiata dei documenti. Ma tra le mie braccia era sempre Lolita.
Una sua simile l'aveva preceduta? Ah sì, certo che sì! E in verità non ci sarebbe stata forse nessuna Lolita se un'estate, in un principato sul mare, io non avessi amato una certa iniziale fanciulla. Oh, quando? Tanti anni prima della nascita di Lolita quanti erano quelli che avevo io quell'estate. Potete sempre contare su un assassino per una prosa ornata.
Signori della giuria, il reperto numero uno è ciò che invidiarono i serafini, i male informati, ingenui serafini dalle nobili ali. Guardate questo intrico di spine.

- Incipit di Lolita di Vladimir Nabokov -

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Giovedì, 18 agosto 1921

Nulla da registrare; solo un intollerabile attacco della mia smania di scrivere. Eccomi incatenata alla roccia; costretta all’inattività; condannata a lasciare che ogni ansia, dispetto, irritazione, ossessione continui ad artigliarmi e a rodermi e ad andarsene e a ritornare. Questo è un giorno in cui non posso camminare e non devo lavorare. Qualunque libro io legga mi ribolle in testa come parte di un articolo che voglio scrivere. Nessuno in tutto il Sussex è infelice quanto me; né altrettanto conscio di questa infinita capacità di godere ammassata in me, se soltanto potessi usarla. Il sole si riversa su (no, non si riversa; inonda, piuttosto) tutta la campagna gialla e i granai lunghi e bassi; e cosa non darei adesso per venire fuori dal bosco di Firle, sporca e accaldata, col naso puntato verso casa, con tutti i muscoli indolenziti e il cervello impregnato di lavanda, ludica e fresca e pronta ad affrontare il compito del giorno dopo. Niente mi sfuggirebbe – mi verrebbe subito la frase giusta, quella che calza a pennello; e poi sulla via polverosa, mentre lavoro di pedali, anche il racconto comincerebbe a narrarsi; e poi calerebbe il sole; e infine a casa, e un accesso di poesia dopo cena, un po’ letta, un po’ vissuta, quasi la carne si dissolvesse e attraverso la carne esplodessero i fiori, rossi e bianchi. […]
Scrivo per farmi passare la smania, dunque poco importa se scrivo assurdità. Per la verità ogni interferenza nelle normali proporzioni delle cose mi mette a disagio. Conosco troppo bene questa stanza – troppo bene questo panorama – e tutto mi appare sfocato perché non posso camminarci dentro.

- tratto da "Diario di una scrittrice" di V. Woolf -

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scritto dalla vale*
quando? lunedì 28 gennaio 2008
alle 10:16
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L'unica cosa che ho è la bellezza del mondo*

L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.

[da "Le città invisibili" di I. Calvino]

Ha smesso di piovere.
Per tutto il giorno grosse e pesanti gocce di pioggia hanno colpito imperterrite il terreno, l'asfalto, i ciottoli, gli alberi.
E ho sentito scorrere nelle mie vene un liquido denso e scuro come questo inchiostro, come se poco alla volta dentro di me stesse prendendo il sopravvento quella sensazione passata, di tensione e amarezza, che credevo di aver dimenticato.
Ora, mentre l'acqua si congela nel freddo della sera, ricoprendo ogni cosa con una leggera patina lucente, sembra che si possa respirare un po' di tranquillità.
Sono uscita sul balcone della mia camera e ho scoperto quanto sia piacevole restare qui, ferma ad osservare. L'aria fredda colpisce il mio viso e finalmente mi costringe a un contatto con il mondo esterno. Avverto i rumori degli appartamenti vicini, percepisco attraverso le ombre che si dilatano su tende bianche, rosse e arancioni i movimenti delle persone che si celano dietro le decine di finestre che posso vedere da qui. Qualcuno, di fronte a me, sta ascoltando della musica. Io mi lascio cullare infine dal silenzio, mentre dentro di me rimbomba continuamente l'ultima frase del libro che ho divorato ieri sera.
E poi vedo davanti a me il tuo sguardo. Hai un modo di sentire così vicino al mio, che le nostre parole e i nostri pensieri sembrano sfiorarsi e per questo stasera mi rivolgo a te.
Ho scoperto che da qualche parte, non posso dirti esattamente dove - non ci è dato ora di saperlo -, c'è una bellezza da salvare.
Questo pare essere in contraddizione con una domanda che mi era stata posta anni fa: quale bellezza salverà il mondo?
Ora io so che non abbiamo la risposta, ma che questa domanda ci affida un compito. Dobbiamo scoprire la bellezza, dobbiamo scovare il suo nascondiglio e dobbiamo salvarla.
Noi abbiamo due strumenti in comune: gli occhi e le parole.
Vorrei rivedere i tuoi occhi illuminarsi di fronte a qualcosa di meraviglioso, vorrei vedere il tuo sorriso mentre guardi il cielo, perché so che sei ancora capace di tutto questo.
So che puoi tramutare quello che raccogli con uno sguardo in parole.
E io farò lo stesso. Perché stasera desidero addormentarmi con questo pensiero positivo, con la speranza che ci sia ancora qualcosa di bello da salvare, nonostante tutto.
Nonostante a volte ci capiti di scorgere il riflesso del nostro cuore ferito e pulsante nelle pozze scure e fangose ai bordi delle strade, nel fumo sfuggevole e sporco emesso dalle bocche dei passanti, nel cielo notturno senza una stella.
Semplicemente siamo vivi, noi due.

Listening to: Beautiful world - Coldplay

*da La Canzone di Alain Delon - Baustelle

scritto dalla vale*
quando? mercoledì 16 gennaio 2008
alle 23:48
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Le città invisibili

- Gli altri ambasciatori mi avvertono di carestie, di concussioni, di congiure, oppure mi segnalano miniere di turchesi nuovamente scoperte, prezzi vantaggiosi nelle pelli di martora, proposte di forniture di lame damascate. E tu? - Chiese a Polo il Gran Kan. - Torni da paesi altrettanto lontani e tutto quello che sai dirmi sono i pensieri che vengono a chi prende il fresco la sera seduto sulla soglia di casa. A che ti serve, allora, tanto viaggiare?
- E' sera, siamo seduti sulla scalinata del tuo palazzo, spira un po' di vento, - rispose Marco Polo. - Qualsiasi paese le mie parole evochino intorno a te, lo vedrai da un osservatorio situato come il tuo, anche se al posto della reggia c'è un villaggio di palafitte e se la brezza porta l'odore d'un estuario fangoso.
- Il mio sguardo è quello di chi sta assorto e medita, lo ammetto. Ma il tuo? Tu attraversi arcipelaghi, tundre, catene di montagne. Tanto varrebbe che non ti muovessi di qui.
Il veneziano sapeva che quando Kublai se la prendeva con lui era per seguire meglio il filo d'un suo ragionamento; e che le sue risposte e obiezioni trovavano il loro posto in un discorso che già si svolgeva per conto suo, nella testa del Gran Kan. Ossia, tra loro era indifferente che quesiti e soluzioni fossero enunciati ad alta voce o che ognuno dei due continuasse a rimuginarli in silenzio. Difatti stavano muti, a occhi socchiusi, adagiati su cuscini, dondolando su amache, fumando lunghe pipe d'ambra.
Marco Polo immaginava di rispondere (o Kublai immaginava la sua risposta) che più si perdeva in quartieri sconosciuti di città lontane, più capiva le altre città che aveva attraversato per giungere fin là, e ripercorreva le tappe dei suoi viaggi, e imparava a conoscere il porto da cui era salpato, e i luoghi familiari della sua giovinezza, e i dintorni di casa, e un campiello di Venezia dove correva da bambino.
A questo punto, Kublai Kan lo interrompeva o immaginava d'interromperlo, o Marco Polo immaginava d'essere interrotto, con una domanda come: - Avanzi col capo voltato sempre all'indietro? - oppure: - Ciò che vedi è sempre alle tue spalle? - o meglio: - Il tuo viaggio si svolge solo nel passato?
Tutto perché Marco Polo potesse spiegare o immaginare di spiegare o essere immaginato spiegare o riuscire finalmente a spiegare a se stesso che quello che lui cercava era sempre qualcosa davanti a sé, e anche se si trattava del passato era un passato che cambiava man mano egli avanzava nel suo viaggio, perché il passato del viaggiatore cambia a seconda dell'itinerario compiuto, non diciamo il passato prossimo cui ogni giorno che passa aggiunge un giorno, ma il passato più remoto.
Arrivando a ogni nuova città il viaggiatore ritrova un suo passato che non sapeva più d'avere: l'estraneità di ciò che non sei più o non possiedi più t'aspetta al varco nei luoghi estranei e non posseduti.
Marco entra in una città; vede qualcuno in una piazza vivere una vita o un istante che potevano essere suoi; al posto di quell'uomo ora avrebbe potuto esserci lui se si fosse fermato nel tempo tanto tempo prima, oppure se tanto tempo prima a un crocevia invece di prendere una strada avesse preso quella opposta e dopo un lungo giro fosse venuto a trovarsi al posto di quell'uomo in quella piazza. Ormai, da quel suo passato vero o ipotetico, lui è escluso; non può fermarsi; deve proseguire fino a un'altra città dove lo aspetta un altro suo passato, o qualcosa che forse era stato un suo possibile futuro e ora è il presente di qualcun altro. I futuri non realizzati sono solo rami del passato: rami secchi.
- Viaggi per rivivere il tuo passato? - era a questo punto la domanda del Kan, che poteva anche essere formulata così: - Viaggi per ritrovare il tuo futuro?
E la risposta di Marco: - L'altrove è uno specchio in negativo. Il viaggiatore riconosce il poco che è suo, scoprendo il molto che non ha avuto e non avrà.

- da "Le città invisibili" di Italo Calvino -

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scritto dalla vale*
quando? martedì 15 gennaio 2008
alle 23:36
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Harry Potter e i Doni della Morte


I due uomini apparvero dal nulla, a pochi metri di distanza, nel viottolo illuminato dalla luna. Per un istante rimasero immobili, le bacchette puntate l'uno contro il petto dell'altro; poi si riconobbero, riposero le bacchette sotto i mantelli e si avviarono rapidi nella stessa direzione.

- Incipit di "Harry Potter e i Doni della Morte" di J.K. Rowling -

A me non interessa tutta la commercializzazione dopo. Non mi interessa quanti soldi lei abbia fatto, quanto se li sia meritati o meno. Posso anche pensare che forse gli ultimi tre episodi non sono interamente farina del suo sacco. Non mi interessa. Non ho neanche guardato i film.

A me Harry Potter piace dal 1999, quando avevo 11 anni, e per caso mi ritrovai tra le mani i primi due libri. Li divorai in una manciata di giorni. Nessuno, allora, sapeva chi fosse Harry Potter. Posso vantarmi di averlo conosciuto quando non era ancora famoso. E gli sono rimasta fedele fino a oggi, 15 gennaio 2008. Ho quasi ventanni e stamattina ho girato l'ultima pagina dell'ultimo libro. [Cavoli, se davvero scriverà tutti e sette i libri, probabilmente leggerò l'ultimo all'università!]
E la capacità che per la settima volta il mondo di Harry Potter ha avuto di stregarmi e catapultarmi in una dimensione fantastica, inesistente, ma affascinante, è stata davvero unica. Mi mancherà l'attesa di un nuovo episodio, la curiosità, i personaggi a cui mi sono così affezionata.
Il mio preferito rimane il terzo, "Il prigioniero di Azkaban", ma devo dire che questo è andato al di là di ogni mia aspettativa.

Non so come ci sia riuscita, ma l'autrice si merita tutto il mio rispetto. E se siete tra quelli che ritengono che per gli ultimi si sia fatta dare una mano...beh, io credo che siano sufficienti i primi tre per spendere un applauso alla sua creatività.

Esistono due tipi di letteratura.
Quella profonda, ricca di riflessioni, di virtuosismi e di verità; e quella di svago, come Harry Potter, dove convogliare la fantasia e la bravura in pagine scritte, quella con cui sfamare la brama di leggere per il puro gusto di farlo.
Harry Potter è capace di rapire, e con me ci è riuscito ogni santa volta in questi ultimi otto anni.

E adesso che è finita, beh, mi dispiace. Mi mancherà, davvero.

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...avanti, sogna!

A questo punto tutto il pubblico si sta chiedendo:

"Ma allora lui la ama?"

scritto dalla vale*
quando? venerdì 11 gennaio 2008
alle 15:57
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Untitled

*Scrivo per farmi passare la smania, dunque poco importa se scrivo assurdità.*
V. Woolf

La pausa doveva essere [sarà] molto più lunga.

E non sto tornando a imbrattare il blog perché sento di avere effettivamente qualcosa da dire.
Di certo non da scrivere.
Sento semplicemente l'esigenza di sproloquiare.
Quest'anno niente buoni propositi, tanto ne rispetto pochi e per caso.
Volevo demolire la Pia. E per cause indipendenti da me, non ci siamo scontrate in un duello finale, ci siamo salutate come se avessimo provato per tre anni affetto e stima reciproci, senza sentore di remore o astio.
Volevo vincere il torneo di pallavolo scolastico e abbiamo perso.
Volevo scrivere almeno sei racconti, ma da giugno non sono più riuscita a produrre qualcosa di decente.
Non ho nemmeno visto tutti i film che mi ero ripromessa di guardare e l'ultima volta in discoteca è stata la notte di capodanno del 2007.
Forse sono riuscita a considerare mio fratello un essere umano. Forse.
Non sono andata a Berlino e quello è un capitolo da chiudere.
Perché di cose ne sono cambiate molte, alcune contro la mia volontà. Alcune nonostante i miei sforzi.
L'esperienza migliore dell'anno passato? Santiago.
E lo appunto, calcando la penna, [per lasciare il segno].

Accartoccio tutto il male del 2007, lo nascondo. E conservo solo ritagli sparsi, di bene, di felicità. Non li ripongo in ordine da qualche parte, lascio che nel futuro possano riemergere spontaneamente. Tra questi frammenti fragili e trasparenti, sento il silenzio di un prato che si confonde con il cielo, la sensazione del mio corpo che si sporca di terra, il nero di quattro occhi chiusi in una piccola stanza buia, il sapore delle lacrime sincere asciugate da mani giunte in preghiera, il mio dolore fisico.

Io sono quella che scrive.
Quella che diffonde pezzi di carta vecchi.
Io sono quella che scrive.
Quella che ha perso la parole da qualche parte.
Io sono quella che consola, che ascolta, che dispensa buoni consigli. Anche agli sconosciuti.
Io sono quella che non sa ascoltarsi.
Quella che si fida ciecamente degli occhi altrui.
Io sono quella che ha preso un panno morbido e un po' di gomma e ha avvolto il suo cuore ferito, per metterlo al sicuro.
Quella che ora teme di non ricordare il rumore di quello stesso cuore che batte.
Io sono quella serena, come mai prima di oggi.
Quella che di sera, sotto le coperte, torna ad essere l'altra di sempre.
Io sono quella che ha dentro l'incanto.
Quella che [esisterebbe per tutti la verità che non c'è se tutti fossero al mondo come te].
Io sono quella che rimane ferma, cercando l'equilibrio, mentre gli altri intorno corrono.
Quella che...e tu? Non è cambiato niente.
Io sono quella che ha paura di confessare che prova dei sentimenti.
Quella che ha vergogna di confessare che ha paura.

Le nostre mani che si sfiorano. Il tuo respiro. I tuoi occhi nello specchietto retrovisore. Le tue parole. Il tuo abbraccio. Tu, che te ne sei andato senza salutare, all'inizio della primavera. Le nostre bugie. Il mio timore. Tu che fuggi. Tu che mi tormenti.
Noi che non esistiamo.
Prigionieri del mio inchiostro che non so [non posso] liberare.
Io sono quella che imprigiona nelle parole. Quella che soffoca dentro un diamante.

Io sono quella. Già, ma quale?
Quale di me?

Listening to: L'autre valse d'Amelie - Yann Tiersen

scritto dalla vale*
quando? mercoledì 9 gennaio 2008
alle 21:41
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