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Nella città della nebbia

 

Giovedì, 18 agosto 1921

Nulla da registrare; solo un intollerabile attacco della mia smania di scrivere. Eccomi incatenata alla roccia; costretta all’inattività; condannata a lasciare che ogni ansia, dispetto, irritazione, ossessione continui ad artigliarmi e a rodermi e ad andarsene e a ritornare. Questo è un giorno in cui non posso camminare e non devo lavorare. Qualunque libro io legga mi ribolle in testa come parte di un articolo che voglio scrivere. Nessuno in tutto il Sussex è infelice quanto me; né altrettanto conscio di questa infinita capacità di godere ammassata in me, se soltanto potessi usarla. Il sole si riversa su (no, non si riversa; inonda, piuttosto) tutta la campagna gialla e i granai lunghi e bassi; e cosa non darei adesso per venire fuori dal bosco di Firle, sporca e accaldata, col naso puntato verso casa, con tutti i muscoli indolenziti e il cervello impregnato di lavanda, ludica e fresca e pronta ad affrontare il compito del giorno dopo. Niente mi sfuggirebbe – mi verrebbe subito la frase giusta, quella che calza a pennello; e poi sulla via polverosa, mentre lavoro di pedali, anche il racconto comincerebbe a narrarsi; e poi calerebbe il sole; e infine a casa, e un accesso di poesia dopo cena, un po’ letta, un po’ vissuta, quasi la carne si dissolvesse e attraverso la carne esplodessero i fiori, rossi e bianchi. […]
Scrivo per farmi passare la smania, dunque poco importa se scrivo assurdità. Per la verità ogni interferenza nelle normali proporzioni delle cose mi mette a disagio. Conosco troppo bene questa stanza – troppo bene questo panorama – e tutto mi appare sfocato perché non posso camminarci dentro.

- tratto da "Diario di una scrittrice" di V. Woolf -

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scritto dalla vale*
quando? lunedì 28 gennaio 2008
alle 10:16
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