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Nella città della nebbia

 

Lo straniero

Poi è venuto il mio turno. Maria ha fatto il gesto di darmi un bacio.
Mi sono ancora voltato prima di scomparire. Era immobile, il viso schiacciato contro le inferriate, con lo stesso sorriso strappato e contratto.
Pochi giorni dopo mi ha scritto. Ed è a partire da quel momento che sono cominciate le cose di cui non mi è mai piaciuto parlare. Del resto non bisogna mai esagerare nulla, e per me è stato più facile che per altri. Al principio della mia detenzione, comunque, la cosa più dura è stata che avevo dei pensieri di uomo libero. Per esempio mi veniva voglia di essere su una spiaggia e scendere verso il mare. Quando pensavo al rumore delle prime onde sotto la pianta dei piedi, al mio corpo che entrava nell'acqua e al sollievo che ne provavo, di colpo sentivo quanto erano stretti i muri della mia prigione. Ma questo durò qualche mese soltanto. In seguito non ebbi che pensieri di prigioniero. Aspettavo la passeggiata quotidiana che facevo nel cortile della prigione, o la visita dell'avvocato. Mi arrangiavo bene col tempo che mi restava. Ho pensato spesso, allora, che se avessi dovuto vivere dentro un tronco d'albero morto, senz'altra occupazione che guardare il fiore del cielo sopra il mio capo, a poco a poco mi sarei abituato. Avrei atteso passaggi di uccelli o incontri di nubi come, lì, attendevo le strane cravatte dell'avvocato e come, in un altro mondo, aspettavo pazientemente il sabato per avere il corpo di Maria. In realtà, a pensarci bene, non ero
dentro un albero morto. C'erano persone più infelici di me. Del resto era un'idea della mamma, e lei lo ripeteva sempre, che si finisce per abituarsi a tutto.

- da Lo straniero di A. Camus -

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scritto dalla vale*
quando? giovedì 7 febbraio 2008
alle 13:55
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