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Nella città della nebbia

 

Solvuntur frigore membra (*)

Era davvero necessario questo perché io riprendessi in mano la penna e sentissi la necessità di graffiare la carta?
Non è altro che uno sfogo impulsivo, la violenta reazione della mia mano – come accompagnata da un’entità esterna – contro un luogo in cui fatico a ritrovare il mio posto.
Niente più di qualche pensiero sconclusionato, il cuore stretto dalla morsa dell’incomprensione, ancora una volta. Sentimenti vecchi. Usurati. Mai dimenticati? La carta sanguina.
Così la meraviglia, l’incanto di poche parole racchiuse nella maestosa semplicità e compostezza di un verso antico.
Il dramma nascosto in una battuta, che si svela alla mia mente, mentre la pioggia ticchetta insistente sul vetro della finestra – dà consistenza ai miei pensieri, che con la veemenza di un tempo tornano a scontrarsi contro le pareti del mio corpo – e allo stesso tempo li trascina via, come se goccia a goccia potessero disperdersi, annegare!
Ma se una goccia si confonde nel mare perde davvero la sua forma, la sua identità?
Un attore può essere spettatore di sé stesso? Chi non recita per godere intimamente dell’applauso? Può esistere un palcoscenico, quindi, senza che esso abbia di fronte un pubblico?

“I hold the world but as the world, Gratiano,
A stage where every man must play a part,
And mine a sad one”. (**)

E se questo fosse il problema dell’umanità?
Leggo tutto il rischio nella profonda verità di queste parole.
Chi, seppure inizialmente reticente, una volta trovato un ruolo sul palco, non sarà assalito da manie di protagonismo?
E se ciascuno di noi è in qualche modo costretto a trovarsi una parte…chi resta a guardare?
Esiste qualcuno dall’altra parte?
Ricordo che sul palco la luce dei riflettori acceca a tal punto che si è obbligati a spingere lo sguardo oltre la platea, perdendone così totalmente la percezione.
Forse interpretiamo tutti il ruolo di quel professore che, in una novella di Pirandello, espone la sua migliore lezione a una classe di cappotti e impermeabili appoggiati sulle sedie.
Solo un ultimo appunto – mentre la pioggia continua a cadere, imperterrita – non un pensiero pare legato a quello successivo stasera!
E se l'EQUILIBRIO non fosse altro che una delle ennesime FINZIONI umane? Se nel cercare disperatamente quell'equilibrio di cui abbiamo l'impressione di sentire il bisogno non percepissimo la straordinaria BELLEZZA del MOVIMENTO?
Un tuono, potente e distinto.
Un formicolio nelle dita a lungo intorpidite.
La carta sanguina.
(Hai ragione. Avverto l’incantevole privilegio delle nostre ali.)

* Eneide, Libro I - Virgilio
** Il mercante di Venezia - Shakespeare

 

for this post

 
Blogger Silvia Ha scritto:

Tutti abbiamo bisogno di qualcuno che ci guardi. A seconda del tipo di sguardo sotto il quale vogliamo vivere, potremmo essere suddivisi in quattro categorie. La prima categoria desidera lo sguardo di un numero infinito di occhi anonimi [...] La seconda categoria è composta da quelli che per vivere hanno bisogno dello sguardo di molti occhi a loro conosciuti [...] C'è poi la terza categoria, la categoria di quelli che hanno bisogno di essere davanti agli occhi della persona amata [...] E c'è infine una quarta categoria, la più rara, quella di coloro che vivono sotto lo sguardo immaginario di persone assenti. Sono i sognatori. Ad esempio Franz.
Milan Kundera- L'insostenibile leggerezza dell'essere.

In sociologia esiste una teoria secondo la quale siamo appunto tutti attori, è quasi una necessità per salvaguardare i rapporti con il mondo esterno, con gli altri. Il problema vero è la coerenza di fondo e, forse, la consapevolezza di sé: capire dove inizia la recita e chi siamo davvero dietro il palcoscenico.
L'equilibrio... Secondo me è uno di quegli ideali che concepiamo perché in verità nessuno di noi lo raggiunge stabilmente. La vita è cambiamento continuo e continua nuova ricerca dell'equilibrio, è l'unica reale percezione che possiamo avere dell'essere vivi.
Beh...forse sparlo stamattina...;-) ...Complimenti per il post, davvero interessante! Ciao! Bacione, Silvia

 
 
Blogger Marco Ennis Mariani Ha scritto:

for milions of years mankind lived just like animals; then something happened wich unsleashed the power of our imagination.
we lerned to talk.............
there's a silence surrounding me
I can't seem to think straight
I' ll sit in the corner
no one can bother me
I think I should speak now
my words won't come out right...
parole di david gilmour
in KEEP-TALKING the division bells.
*so, well..I'd like to say you :-
"EOCHAIR FEASA FOGHLAIM"
learning is the key to knowledge.
"THE WEATHER IS VERY CHANGEABLE-MAKE SURE YOU'RE EQUIPPED FOR ALL POSSIBILITIES"
I say..........:"your feet will bring you to where your heart is".
bye. kiss. marco(zio ennis).
..........

 
 
Anonymous Anonimo Ha scritto:

...e se fosse anche così, non vedo quale 'è il problema...

se il mondo fosse un grande palcoscenico in cui noi possiamo mostrare quello che valiamo, quello che siamo, quello che vogliamo, perchè non sfruttare L'occasione?

Perchè non scegli tu il ruolo da interpretare, invece di ritrovarti con un ruolo assegnato che non ti si addice?

 
 
Blogger vale* Ha scritto:

Silvia. Stupenda e davvero azzeccata la citazione di Kundera. Come sempre i tuoi commenti sembrano completare e rispondere perfettamente a quello che ho scritto. Grazie!

Zio. Semplicemente sorrido. Se tu stai ri-scoprendo le tue nipoti, io sto riscoprendo te. Ed è continuamente una sorpresa migliore della precedente.

Infine. Il mio ragionamento era ben diverso. Non riguardava l'individuo, ma la persona sul palco insieme ad altre. E' una questione di rapporti, sensibilità e responsabilità ad avermi destabilizzata. Non il mio ruolo di singolo. Il tuo discorso sarebbe stato coerente se mi fossi posta dei problemi esistenziali su chi sono IO, dove vado IO, cosa voglio IO, quello che valgo IO. Invece io mi sto chiedendo se su quel palco c'è la possibilità di essere qualcuno per chi ci è accanto, se esiste una possibilità di comunicare e recitare per e con gli altri.

 

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